Pensierini di fine d'anno. (30 Dicembre 2003)
Navigando su GnuEconomy nei giorni scorsi ho letto una cosa riferita ad Antonio Tombolini. In breve, ve la riporto pari pari, copio ed incollo, tanto mi e' piaciuta. Non so se vi e' mai capitato, leggendo, di pensare "ecco, sottoscrivo pienamente, sono d'accordo al mille per cento. Vorrei averlo scritto io".
"Il fruttivendolo ambulante qui da me, a Loreto, viene tutti i venerdi, quando c'è il mercato. Da una vita. Non fa 'mailing' preventivo per 'stimolare' la domanda. Non 'targettizza' il suo mercato secondo criteri psico-socio-demografici. Non si rivolge a me dicendomi 'Gentile Cliente', o 'Cara Amica, caro Amico'. Naturalmente si guarda bene dal fare spot alla televisione, o dall'insozzare tutti i muri della città con manifesti. O dall'appiccicarli su appositi pannelli tirati su davanti ai più bei palazzi della mia città. E non mi manda sms a tradimento. Né tenta di 'fidelizzarmi'. Non mi vende uno 'stile di vita' con le sue cipolle. Non mi chiede 'Io sento, e tu?', né in inglese, né in italiano. Se le mele che ho comprato la settimana prima non erano buone come al solito (o anche soltanto se secondo me non erano buone come al solito) mi ridà i soldi, o altra frutta in cambio. E se però capisce che io sono uno stronzo che ci marcia, non mi dà ragione solo perché sono un cliente, ma mi manda affanculo che tutti sentano, dicendomi di non farmi vedere più. Il mio fruttivendolo non mi fa rispondere a sondaggi idioti. Non fa ricerche di mercato. La sua vita è una ricerca, di sul e col mercato. Non ha una 'mission'. Non gli interessa niente del posizionamento strategico. Mi vende cipolle da una vita, e non mi ha mai chiesto che mestiere faccio. Non mi ha mai chiesto quanti anni ho. Non mi ha mai chiesto il mio titolo di studio. Non mi ha mai chiesto se sono sposato. Non mi ha mai chiesto se ho figli. Non mi ha mai chiesto quanto cazzo guadagno. Non mi ha mai chiesto che macchina ho. Non mi ha mai chiesto se viaggio o non viaggio. Non mi ha mai chiesto il permesso per usare i miei dati ai sensi della legge sulla praivasi. A me il marketing non piace. A me piace di più il mercante appassionato di qualcosa che va a cercare, che compra, e che poi porta in piazza raccontando a tutti le meraviglie di ciò che ha trovato. Il marketing corrisponde alla struttura 'intrinsecamente invasiva' della società di massa: produzione di massa, comunicazione di massa, consumi di massa. E come ogni realtà invasiva, tendenzialmente violenta. Il linguaggio è sempre un buon rivelatore. A me non piace il linguaggio del marketing. Mi piace invece il linguaggio diretto e autentico, che va al cuore delle cose. Mi piace la parola 'venditore', mi piace la parola 'compratore', mi piace la parola 'commerciante', mi piace la parola 'bottega', mi piace la parola 'bottegaio', mi piace la parola 'bancarella', mi piace la parola 'mercato', mi piace la parola 'soldi', mi piace la parola 'sconto' quando sono compratore, non mi piace quando sono venditore. Mi piace la parola 'prezzo', mi piace la parola 'grazie!'. Il mio fruttivendolo ambulante non sa neanche cosa sia la concorrenza. Gli ambulanti che hanno la bancarella attaccata alla sua e vendono le sue stesse cose sono i suoi migliori amici. Che strano mercato, eh?".
Ecco, e' (quasi) tutto qui. Buon anno nuovo a tutti.

Italians? Naah. (5 Novembre 2003)
Bellissima sorpresa oggi, tornando sul sito di Querciabella. Lo ricordavo molto asciutto e senza fronzoli, come piace a me. E tale si conferma; ci torno per leggere qualcosa sul loro Palafreno, appena arrivato qui in enoteca. Digito senza esitazione querciabella.com e mi trovo nel loro delizioso sitarello. Cerco un link alle pagine in lingua italiana (la loro home si apre esclusivamente in inglese). Cerco, cerco, e non lo trovo.
Semplicemente, la parte in italiano non esiste. Il sito e' tutto in inglese. Mi viene da ridere: ma guarda questi... "Maker of Award Winning Wines in Tuscany", cosi' sta scritto in home page. Ma e' la stessa Tuscany che abbiamo qui in Italia, si? Ah, che bello essere bilingui. Quanto a voi italiani, che non parlate inglese, arrangiatevi. Querciabella is not for ya. Italians? Naaaah...


I Sentieri della qualita'. (10 Ottobre 2003)
Le vie che portano alla conoscenza del vino di qualita' sono infinite, e infinitamente sorprendenti. La storia che vi raccontero' ora e', per molti versi, emblematica dell'approccio "culturale" al nostro beneamato mondo (quello del vino di qualita'). 
Qualche giorno fa entra in enoteca una ragazza, giovane, un po' sperduta, alla ricerca di un regalo per il fidanzato. Si aggira intimidita, essendo lei (sua dichiarazione) assai lontana dalla conoscenza della materia (con i soliti argomenti di chi si dichiara preliminarmente incompetente "non me ne intendo, non bevo vino" eccetera, eccetera).

Devo puntualizzare che io ho, nei confronti di questi clienti, molta simpatia e pure tenerezza. Mi sento anche onorato del fatto che deleghino me per fornire loro, oltre che un prodotto, un minimo di conoscenza accessoria. Insomma, cerco di tenere nei confronti di questi un atteggiamento quanto piu' "friendly" e' possibile, cercando di metterli a loro agio e far capire loro che non essere degli arciesperti di vino non costituisce reato (e ci mancherebbe pure).

Ora, sara' pure effetto del mio atteggiamento rilassante, ma questa cliente, dopo aver scelto la bottiglia da me suggerita per l'omaggio al suo fidanzato, si e' intrattenuta a chiacchierare un po'; era incuriosita dall'ambiente dell'enoteca, che per lei era evidentemente estraneo. In modo particolare, si mostrava assai incuriosita dagli aspetti quasi rituali che circondano il bere vino di qualita'.
"Sai - mi dice - sono sempre molto colpita da quello che vedo in televisione, quando assaggiano un vino... lo tengono tanto nel bicchiere... poi usano quei bicchieri, cosi' grandi...".
Io spiego brevemente che la degustazione del vino richiede tempo, per percepire le sensazioni visive, olfattive e gustative che il vino ci trasmette, e richiede pure un bicchiere adeguato. 
"Ma, poi, a me piacerebbe bere il vino, come mi capita di vedere... in certi sceneggiati... vedi lui e lei che hanno questo vino bianco nel bicchierone... ma non a pasto... cosi', mentre parlano".
Prego? Non capisco bene, chiedo di spiegarmi meglio.
"Si, per esempio, c'e' uno sceneggiato, Sentieri. Si vedono le coppie che spesso bevono il vino cosi', mentre stanno assieme... parlano... e non a pranzo... e sono vini bianchi, stanno in bicchieri grandissimi... ecco, a me piacerebbe berlo cosi', il vino".

Ecco, avete presente quando vi si accende la lampadina? Bingo. Improvvisamente avevo capito. E mi si apriva un mondo, davanti. Una visione sorprendente. Incredibile, mi dicevo, e' incredibile. Incredibilmente sorprendente. Ecco come ci si avvicina al mondo del vino di qualita': non perche', essendo nati in Italia, il consumo quotidiano sia parte del nostro retaggio. No. Questa giovane, quasi timorosa cliente, ha varcato la porta di un'enoteca perche' ha visto personaggi di un altro mondo (Sentieri!) che bevevano vino. Questa ragazza non ha frequentato corsi, non beve vino, anzi, associava al consumo del vino, presumibilmente, l'immagine deteriore. Fintanto che non le si e' parata davanti la pratica di un consumo differente, alieno da quello che era stato il consumo al quale era (sempre presumibilmente) abituata. Ecco che il vino si poteva bere come un elemento "sociale", ed era, (ma pensa) un gesto pure elegante, legato a momenti simbolici, romantici. E, paradossalmente, l'elemento che favoriva questa percezione era la visione di Sentieri.
Si, insomma, lei finalmente ha visto che il vino si puo' bere come fanno gli americani, ritualizzato quanto vuoi, ma insomma, non e' quello che aveva pensato fino ad allora.

Direi che ci sono elementi per svariate considerazioni.
Innanzitutto, avevo aumentato la simpatia per questa cliente. Senza aver percorso le vie solite che ti avvicinano al mondo del vino di qualita', aveva intuito che esiste un mondo, esiste un qualche genere di liturgia, relativo all'elemento vino. E la sua fonte era la visione di Sentieri. Da qui lei e' partita, ed e' arrivata a me, per cercare di capire meglio. Beh, mi sentivo onorato, davvero.
E poi, che altro dire? Almeno, solo un'ultima cosa. Che razza di messaggi trasmette il mondo del vino di qualita'? Evidentemente non riusciamo a parlare a tutti, non riusciamo a farci capire, se una cosa come Sentieri funziona, al posto di vie piu' ovvie, tradizionali, per trasmettere curiosita'.

Sto diventando Maroniano? (23 Maggio 2003)
Leggendo i pensieri riportati da Luca Maroni sul suo sito e' difficile non concordare in (quasi) tutto. Siccome sembra inevitabile militare in correnti di pensiero pure sul tema del vino di qualita', mi viene da pensare che sto lentamente e inesorabilmente diventando "maroniano"; brutto termine, spero non spiaccia a Luca, ma rende l'idea. Se dico che concordo "quasi" su tutto, e' perche' spesso, ahime', mi accorgo che le sensazioni goudroneggianti, petrolifere, asfaltose, mi piacciono. Dove sbaglio? Forse sono solo a meta' del cammino. E prima o poi diventero' maroniano del tutto. Per ora mi limito a sentire i discorsi della vecchia scuola, dei tradizionalisti, con sempre maggiore fastidio. E per me apro con piacere i vini che nel lessico di Luca Maroni meglio si identificano con i vini-frutto. Si, sto lentamente diventando maroniano.

Ed ecco qualcuno che Maroniano lo sembrerebbe. (22 Luglio 2003)
Mi riferisco al simpatico sito di Puiatti. Nella homepage c'e', in bella evidenza, lo slogan "Save a tree, drink Puiatti - No oak aged wines". Traducendo (ma perche' uno slogan in inglese?) per chi non e' anglofono: "Salvate un albero, bevete Puiatti - Vini non affinati in legno". Il sentimento ecologico e' encomiabile, ma la mancanza di legno ai vini di Puiatti, ad ogni mio assaggio, mi ha lasciato sempre con il desiderio di quel tocco di vaniglia in piu' offerto dalla barrique. D'altra parte, essendo loro per l'acciaio, e desiderando evitare l'invecchiamento in barrique, parrebbero strizzare l'occhio ai vini-frutto. Mi rimane il dubbio: son maroniani o no? Nemmeno la lettura del loro weblog mi aiuta.

 

La sindrome della lingua asfaltata. (8 ottobre 1999)
uno spettro si aggira per l'Europa... lo spettro della lingua asfaltata.
Se tra voi c'e un assaggiatore professionista, sommelier, o semplicemente un
wine aficionado, si sara' accorto che, col tempo, si tende sempre di piu' ad
essere esigenti col vino che si assaggia, si chiede sempre di piu', in
termini di percezione sensoriale. Naturalmente non c'e nulla di male in
questo, e' una tendenza direi fisiologica ed anche meritoria, cercare il
meglio. Pero', in questi giorni di ottobre, quando si ricomincia a parlar di
novelli, in enoteca si riaffacciano i due partiti, chi ama i novelli e chi
li vede come una specie di bizzarria enologica: questi ultimi mostrano la
chiara sintomatologia della sindrome da lingua asfaltata.
I poveri ammalati sono alla ricerca di un vino (rosso) che abbia un colore
possibilmente inchiostro; il naso deve esser fitto di sensazioni che vanno
dalla frutta, al legno balsamico, e via via spezie e 'gudron'; in bocca deve
essere potentissimo, con un residuo secco di mezz'etto, se possibile, e con
un finale di gudron, di bitume, appunto, tale da asfaltare, per sempre, la
lingua del nostro assaggiatore. Attenzione: il vino che il nostro 'malato'
richiede e' un grande vino, intendiamoci; qualcosa che tutti noi ameremmo
bere; il punto e' che la sindrome da lingua asfaltata non ti consente piu'
di tornare indietro, e quando ti si presenta di fronte un rosso leggero, un
rosato, un bianco (che non sia un Grand Cru alsaziano) ecco che il nostro
reagisce malamente: la lingua, asfaltata, non rileva piu' alcun piacere. Il
punto e' questo, la sindrome da lingua asfaltata non ti consente piu' di
bere altro, che non sia immensamente strutturato.
E', questa sindrome, assai diffusa tra certi professionisti del vino: potrei
citarvi un docente AIS, che gira l'Italia ad esaminare malcapitati allievi
sommelier, ed ormai vive di Barolo; provate a parlargli di Bardolino, e
vedete che ridere. Ora, se vi dico tutto cio', cari i miei wine lovers, e'
per mettervi in guardia da questo atteggiamento: attenti a non asfaltarvi la
lingua, ed il motivo e' semplice assai... perderete la capacita' di
assaggiare, e valutare, i vini piccoli; e, soprattutto, di goderne il sommo
valore: la freschezza, la semplicita'; che senso ha rinunciare alla
percezione dei piccoli piaceri? Tra poco arriveranno i primi novelli, e
tutti noi godremo il piacere di ri-allenare il nostro naso ed il nostro
palato sui freschi, leggeri Beaujolais, per non dire dei nostri Novelli. In
quel momento, mandiamo un pensiero ai poveri assaggiatori con la lingua
asfaltata, che si perdono tutto questo.


Sotto l'ombrellone. (17 Luglio 2000)
Finalmente un po' di relax. E' estate ed anche il lavoro in enoteca e' meno
caotico, ci possiamo concedere una pausa a mezza giornata sull'amata
spiaggia, vivere in una citta' di mare ha pure qualche vantaggio.
Ma proprio quando stacchi completamente dai tuoi affanni, accade che le
chiacchiere del vicino d'ombrellone ti riportano alla dura realta'. Cerchi
di concentrarti sulle tue letture, ma tant'e', il gruppo li' nei pressi
proprio di vini si ostina a discutere; spumanti, per la precisione. E
siccome mi sembrano chiacchiere interessanti, perche' non condividerle con i
wine lovers di IHV; chi l'ha detto che devo soffrire da solo.
Di sofferenza si tratta; senti gli amabili vicini esprimere giudizi
taglienti, vorresti pur dire la tua, che dolore. Soprattutto considerando i
contenuti. Si parte con una dichiarazione a favore dei metodo classico
italiani, di gran lunga migliori di qualsivoglia Champagne (avete presente
le argomentazioni); sopra gli altri, a dire di uno, il migliore e' Pinot di
Pinot Gancia. E qui il vostro winetaster ha un sobbalzo, vorresti dire "hem,
trattasi di Charmat, non Metodo Classico" (e sorvoliamo sui picchi
qualitativi del nostro pinòdipinò) ma ti mordi la lingua e ti concentri
sulla lettura. Ma ormai il danno e' fatto, non riesci a non auscultare la
chiacchiera di sottofondo. Altre bordate contro lo Champagne, qualcuno cita
il Franciacorta come nostro miglior prodotto. Si, ma quale? Uno cita
l'introvabile (in quanto rarissimo e preziosissimo, pare) Testarossa di La
Versa. Mah. Ed ecco che un altro gia' interloquisce, un suo zio, che "fa
l'intenditore", gli ha detto che i Franciacorta sono troppo "lavorati".
Prego? Lavorati? Ma che vuol dire? Uff, meglio un bel tuffo, lascio perdere
e m'allontano, ripensando al corso ONAV nel quale il Testarossa serviva come
didattico a paragone dei francesi. E "didattico" non e' un complimento.
Certo mi sento un po' in colpa, a fare il saputello con questi malcapitati.
Ma anche loro, via, proprio non sanno di che parlano.
Eppure, le chiacchiere in liberta' che ho sentito la dicono lunga, temo,
sullo stato della conoscenza del vino di qualita'. Naturalmente e' un test
limitato per giungere a considerazioni generali, ma se ci pensate bene,
quante volte vi e' capitato di sentire gente esprimere giudizi taglienti,
profondamente discutibili (quando non proprio errati) sul vino in generale?
Naturalmente e' diritto di ognuno non capire un'acca di vino, ci
mancherebbe. Ma nemmeno pontificarci su e' obbligatorio. Cosi' mi veniva da
pensare al tipo che "fa l'intenditore" (bella professione, chissa' se pagan
bene) che dice che il Franciacorta e' lavorato. E cosi' i discepoli
dell'ignoto intenditore vanno in giro e diffondono la novella, facendo
danni. Insomma, quando un vostro cliente (o amico) obbiettera' no, niente
Franciacorta per me, e' troppo lavorato, sapete da che scuola di
assaggiatori proviene: quella sotto l'ombrellone.


Roba finta. (23 Novembre 2002)
Questa mattina in enoteca e' arrivato il numero 9 di "Vini", in realta' un numero 1 in quanto gia' parte di Bargiornale ed ora testata a se'. Normale evoluzione della pubblicistica legata al nostro settore, in un ambito nel quale il business del vino di qualita' consiglia, normalmente, di dedicare testate apposite. E' una bella pubblicazione, elegante e patinata, fatta bene insomma. Essendo tra le ultime arrivate prende simpaticamente di petto la mania di dar punteggi ai vini tipica delle altre pubblicazioni (guidofilia, la chiama). Alla fine, pero', la cosa piu' interessante e' la presentazione del loro comitato scientifico... ed i loro componenti. Pensa un po', una rivista con un comitato scientifico. E' vero che quando si scrive nel nostro ambito (in qualunque ambito, per la verita') conta pure l'indipendenza del giudizio. Chissa' allora che indipendenza di giudizio avranno mai i direttori marketing delle principali aziende produttrici nazionali, siccome il loro comitato scientifico e' composto essenzialmente da questi. Lo so, e' un pensiero cattivo. Poi sfoglio la rivista, guardo la pubblicita', vado sul sito di un inserzionista... uno dei produttori di roba finta, belle etichette e pura forma, quanto alla sostanza, e' notte fonda. E' colpa del comitato scientifico? Ma no, certo. E neppure un merito, pero'.